Sinossi

La protagonista ha la conferma delle proprie inclinazioni sessuali solo da adulta e vive un rapporto dove la parola amore si scrive con la A maiuscola. Quando tutto cessa tragicamente inizia per lei un periodo di grande dolore, a cui solo il tempo e il contatto con personaggi dotati di grande umanità, potrebbero porre tregua. Ma, quando una vita viene stravolta da un tragico evento, spesso si confondono le sottili linee che incanalano le nostre vite, creando, come per incanto, realtà artificiose o insinuando nelle visioni oniriche situazioni troppo aderenti alla tangibilità. “Il medico tacque. Sapeva che non poteva convincere una donna innamorata a smettere di sperare e sarebbe stato inutile mettere sul piatto freddi argomenti scientifici. Sapeva che l’amore segue altre leggi fisiche e che una persona innamorata riesce a percepire in una leggera brezza il più potente degli uragani.”

Tratto dal libro...

Aveva passato da poco i quarant’anni ed ancora non aveva un lavoro stabile. Certo a pensarci bene non aveva niente o quasi. Non un amore, non una casa, non un’auto. E non aveva neppure i genitori, non un cane o un gatto, non un punto di riferimento dove indirizzare i suoi pensieri. Marta viveva alla giornata. Non era comunque una scansafatiche, un’illusa o una clochard. Aveva anzi un portamento da principessa, qualche abito da pochi euro, ma portato in maniera molto elegante. Era una di quelle persone che esaltano ciò che hanno, con la loro figura signorile, con i loro modi semplici ma estremamente fini e accattivanti, una di quelle donne che scommetterebbero su di loro tutto ciò che hanno, ma che si sentono irrimediabilmente incomprese dal mondo. Lei aveva la capacità di inserirsi in tempi rapidissimi in qualunque situazione lavorativa e questo le faceva piovere addosso grandi elogi dai suoi datori di lavoro che poi, regolarmente, le preferivano una bellona molto disponibile, anche se imbranata e un po’ stupida. Certo che, salutandola, alla fine dei due o tre mesi di contratto, la osannavano e le consegnavano, senza che lei la richiedesse, una bella lettera di presentazione. Marta si chiedeva spesso se fosse brutta e se il lavoro per cui aveva studiato avesse qualcosa a che vedere con quello delle prostitute. Le sembrava davvero strano che un direttore d’azienda preferisse un’amante stupida a una solerte segretaria o, perlomeno, le sembrava assurdo che i due ruoli dovessero essere ricoperti dalla stessa persona. Quante volte si era specchiata alla mattina e aveva criticato tutto della sua immagine. I capelli troppo biondi e fini, le labbra imperfette, il naso un po’a patata, gli orecchi grandi ma soprattutto gli occhi, “troppo distanti fra loro,” diceva. Ma tutto questo cosa c’entrava con lo svolgimento del suo lavoro? Avrebbe reso di più, all’azienda, se fosse stata un modello di perfezione, bella come una top model? Poi tornava al principio in cui segretaria era uguale a prostituta, a totale vantaggio del potente direttore, manager o come lo si voleva chiamare. E con questo criticava anche i suoi studi per segretaria d’azienda, i costosi masters per divenire la più brava. Forse, si diceva, sarebbe stato meglio spendere tutti quei soldi e quel tempo in prodotti di bellezza e in chirurgia estetica. Ma non era che un attimo. Poi si rassettava il cervello, come amava dire alle amiche, e imponeva a sé stessa, come lo ordinasse al mondo intero, a voce alta e con piglio intraprendente, che lei non era una puttana, che si prostituissero quelle che non sapevano fare di meglio. Lei era un’ottima segretaria d’azienda e prima o poi avrebbe pur trovato una persona onesta e corretta che la valutasse per le sue qualità professionali. Intanto proseguiva a cercare sui giornali e sui siti internet tutte le inserzioni che riguardavano la sua sfera lavorativa. Si alzava presto, Marta. Alle sei era già all’edicola sotto casa, dove vedeva arrivare i distributori di giornali, che ormai la conoscevano per nome. Poi arrivava il giornalaio per aprire il chiosco e lei gli dettava la lista dei quotidiani che quel giorno pubblicavano le inserzioni di lavoro. Poi se ne andava veloce a casa e, stesa a bocconi sul letto, leggeva tutte le richieste di impiego, segnando in rosso quelle che la interessavano. Scartava accuratamente quelle di cui aveva già appurato l’inconsistenza, la scorrettezza o la scarsa professionalità. Pretendeva molto da sé stessa e dagli altri, almeno sul lavoro. Nella vita di tutti i giorni e nei rapporti con gli altri era una ragazza spensierata e gentile, un’amica affidabile ed estroversa, un’amante tenera e fedele. Non era della stessa pasta quando svolgeva il suo mestiere. Diveniva fredda e determinata e molto spesso cinica. I rapporti interpersonali ed umani non rientravano nel suo modo di vedere la professione. Non era là per far sconti a nessuno. In quel ruolo doveva solo servire l’azienda. Tutto ciò che si frapponeva fra il buon esito degli affari e lei andava rimosso, calpestato, annichilito. Era una sorta di doppia personalità quella che aleggiava in lei durante il lavoro. Era una creatura diversa che non conosceva. Nella vita normale detestava il suo modo professionale di agire, la sua rigidità, il disprezzo e il disinteresse per gli altri. Ma d’altronde non amava molto di sé. Al mattino guardava la sua immagine riflessa nello specchio del bagno con un distacco tale che sembrava fosse quell’immagine a guardare lei. Quel volto le appariva inespressivo, privo di qualunque interesse.